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Le antiche vie, di Robert Macfarlane

Traduzione di Duccio Sacchi

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia.

“Sempre e dovunque l’uomo ha camminato venando la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari o tortuosi” scrive Thomas Clark nel suo intramontabile poema in prosa In Praise of Walking (“Elogio del camminare”). E in effetti, se solo ci facciamo attenzione, vediamo che il paesaggio è ancora fittamente solcato di piste e sentieri, che seguono come un’ombra il moderno reticolo stradale, intersecandolo obliquamente o ad angolo retto: vie di pellegrinaggio, strade verdi, tratturi, fossi, vie dei morti, sentieri lastricati, redole, andane, camminamenti, viottoli, vie cave, ippovie, mulattiere, carreggiabili, strade rialzate, strade militari.

Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare. Non sempre le loro storie sono felici. In Irlanda per centinaia di chilometri si snodano le strade della carestia, costruite negli anni Quaranta dell’Ottocento dalla popolazione affamata per collegare il nulla al nulla in cambio di poco, e di cui le mappe di riferimento dell’Ordnance Survey – l’istituto cartografico nazionale britannico – non hanno serbato traccia. In Olanda ci sono doodwegen  e spookwegen – “strade dei morti” e “strade degli spiriti” – che convergono su cimiteri medievali.

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