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Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, di Robert Louis Stevenson

TRADUZIONE 1

Giunti editore

Traduzione di Luciana Pirè

 

Il notaio Utterson era un uomo dal viso severo, mai rischiarato da un sorriso; freddo, laconico, impacciato nella conversazione e poco incline alle effusioni, era magro e allampanato, ombroso, plumbeo, eppure a suo modo piacevole. Quando si trovava fra amici e il vino era di suo gradimento, gli brillava nello sguardo un’intensissima umanità; qualcosa, certo, che non si traduceva in parole ma che gli si leggeva nei muti simboli del viso dopo cena e — più spesso ed esplicitamente — nelle azioni della vita. Con se stesso era austero: quando era solo beveva gin per mortificare il suo debole per i vini d’annata, e da vent’anni non varcava la soglia di un teatro, benché gli piacesse. Con gli altri, al contrario, era di provata indulgenza. A volte si stupiva, quasi con una punta d’invidia, della straordinaria intensità degli impulsi che spingono al crimine ma, anche nei casi estremi, era più propenso ad aiutare che a biasimare. «Tendo all’eresia di Caino» ripeteva con fare misterioso «e lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio crede.» Un modo di pensare, questo, che spesso gli riservava il destino di essere l’ultimo conoscente rispettabile, l’ultima influenza benefica nella vita di uomini alla deriva. E con individui del genere che gli bazzicavano intorno, il suo modo di fare non tradiva il benché minimo cambiamento.

 

TRADUZIONE 2

Newton Compton editori

Traduzione di Vieri Razzini

 

L’avvocato Utterson era un uomo dall’aspetto ispido e rude, mai illuminato da un sorriso; freddo, scarno e imbarazzato nel parlare; guardingo nei sentimenti; magro, lungo, polveroso, tetro, eppure in qualche modo amabile. Nelle riunioni di amici, e quando il vino era di suo gusto, gli si accendeva negli occhi qualcosa di straordinariamente umano; qualcosa che in verità non trovava mai la via della parole e si esprimeva invece non solo in quei silenziosi segni del volto, dopo una cena, ma più spesso e chiaramente negli atti della sua vita. Con se stesso era austero; quando era solo beveva gin per mortificare la sua inclinazione ai vini d’annata; e benché amasse il teatro aveva smesso di andarvi ormai da vent’anni. Era però assai tollerante con gli altri, e talvolta restava colpito, quasi con invidia, dalla prorompente vitalità che gli uomini mettevano nel compiere i loro delitti; e in ogni occasione incline ad aiutare piuttosto che a biasimare.

«Sono incline all’eresia di Caino», usava dire argutamente. «Lascio che mio fratello se ne vada al diavolo per i fatti suoi.» Con un simile carattere gli capitava spesso di essere l’ultimo conoscente degno di stima e l’ultima persona di influenza positiva nella vita di uomini caduti nel male. A costoro, finché continuavano a frequentare la sua casa, non faceva mai sentire il minimo cambiamento di modi nei loro riguardi.

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