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La scommessa della decrescita, di Serge Latouche

Feltrinelli Editore

Traduzione di Matteo Schianchi

Sembra ormai chiaro che oggi viviamo nell’epoca della sesta estinzione delle specie. Quotidianamente, infatti, si registra la scomparsa di un numero di specie (tra vegetali e animali) che va da cinquanta a duecento, un dato drammatico superiore da mille a tremila volte quello dell’ecatombe delle ere geologiche passate. Come scrive felicemente Jean-Paul Besset: “Dai tempi dei ghiacci polari una tale frequenza non ha paragoni”. La quinta estinzione, che si è verificata nel Cretaceo 65 milioni di anni fa, aveva visto la fine dei dinosauri e di grandi altri animali, probabilmente a causa dell’impatto della Terra con un asteroide, ma era avvenuta in un arco di tempo ben più lungo rispetto a quello delle catastrofi attuali. Oggi, inoltre, a differenza delle epoche precedenti, l’uomo è direttamente responsabile della “deplezione” in corso della materia vivente e potrebbe addirittura esserne vittima. Se crediamo al rapporto del professor Belpomme sui tumori e alle analisi del rinomato tossicologo Narbonne, la fine dell’umanità dovrebbe avvenire perfino più rapidamente del previsto, verso il 2060, per la sterilità generalizzata dello sperma maschile prodotta dall’effetto di pesticidi e altri Pop o Cmr (i tossicologi definiscono Pop gli inquinanti organici persistenti di cui i Cmr – cancerogeni, mutageni, reprotossici – rappresentano la specie più “innocua”).

Dopo decenni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali – siccità, inondazioni, cicloni – è già in atto. Ai cambiamenti climatici si accompagnano le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) ma anche possibili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi biogenetiche. Ormai è noto a tutti che stiamo andando dritti contro il muro. Restano da calcolare solo la velocità con cui ci stiamo arrivando e il momento dello schianto. Secondo Peter Barrett, direttore del Centro di ricerca sull’Antartico all’università neozelandese di Victoria “proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non fra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo”. Quando i nostri figli avranno sessant’anni, se il mondo esisterà ancora, sarà molto diverso.

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