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Il morso della reclusa, Fred Vargas

Giulio Einaudi Editore, traduzione di Margherita Botto

Seduto su uno scoglio del molo, al porto, Adamsberg guardava i marinai di Grimsey che rientravano dalla pesca quotidiana, attraccavano, sollevavano le reti. Lí, su quella isoletta islandese, lo chiamavano «Berg». Vento dal largo, undici gradi, sole opaco e puzza di scarti di pesce. Non ricordava più che poco tempo prima era un commissario, a capo di ventisette agenti all’Anticrimine di Parigi, tredicesimo arrondissement. Gli era caduto il cellulare negli escrementi di una capra, che ce l’aveva sepolto dentro con un impeccabile colpo di zoccolo, senza aggressività. Un modo inedito di perdere il cellulare, e Adamsberg l’aveva apprezzato come meritava.

Stava arrivando al porto anche Gunnlaugur, il proprietario della piccola locanda, a scegliere i pesci migliori per la cena. Adamsberg, sorridente, gli fece un cenno di saluto. Ma Gunnlaugur non aveva la faccia dei giorni buoni. Con le bionde sopracciglia aggrottate si diresse verso di lui, senza degnare di uno sguardo le cassette dei pesci, e gli porse un messaggio.

Fyrir big [Per te], – disse indicandolo con un dito.

Ég? [Me?]

Adamsberg, incapace di memorizzare i più puerili rudimenti di qualunque lingua straniera, lì aveva acquisito, inspiegabilmente, un bagaglio di circa settanta parole, il tutto in diciassette giorni. Gli parlavano nel modo più semplice possibile, con tanti gesti.

Da Parigi, quel biglietto veniva da Parigi, per forza. Lo richiamavano laggiù, per forza. Sentì una rabbia triste e scosse la testa in segno di rifiuto, girandosi verso il mare. Gunnlaugur insistette, aprì il foglio e glielo infilò tra le dita.

Donna travolta da un’auto. Un marito, un amante.
Non tanto semplice. Gradita presenza.
Seguono informazioni.

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