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Madame Bovary, Flaubert

Feltrinelli Editore, traduzione di Roberto Carifi

Eravamo nell’aula di studio quando il preside entrò, seguito da uno nuovo in abiti borghesi e da un modello che trascinava un grosso banco. Quelli che stavano dormendo si svegliarono, e tutti si tirarono su come fossero stati sorpresi nel bel mezzo dell’attività.

Il preside ci fece segno di rimettersi a sedere; poi, rivolgendosi all’insegnante:
“Signor Roger”, gli disse a mezza voce, “ecco un allievo che affido a voi, entra in seconda. Se il suo impegno e la sua condotta saranno meritevoli passerà tra i grandi, come la sua età richiede”.

Fermo in un angolo dietro la porta, visibile a malapena, quello nuovo doveva essere un ragazzo di campagna, di una quindicina d’anni circa, e più alto di tutti noi. Portava i capelli tagliati a frangetta sulla fronte, come un chierichetto di paese, l’espressione mite e piuttosto imbarazzata. Per quanto non avesse spalle larghe, la sua giubba di panno verde con i bottoni neri doveva stringerlo al giromanica e lasciava intravedere, attraverso l’apertura dei risvolti, certi polsi arrossati a furia di starsene nudi allo scoperto. Le gambe, coperte da calze azzurre, gli sortivano da un paio di pantaloni giallastri tenuti eccessivamente in tirare dalle bretelle. Calzava scarponi chiodati e lucidati male.

Cominciammo a ripetere la lezione. Ascoltava, tutt’orecchi, attento come durante la predica, senza azzardarsi nemmeno ad accavallare le cosce o ad appoggiarsi sui gomiti, e quando alle due suonò la campanella l’insegnante fu costretto ad avvertirlo che doveva mettersi in fila insieme a noi.

Avevamo l’abitudine, entrando in classe, di gettare per terra i nostri berretti, in modo da avere subito le mani più libere; bisognava lanciarli dalla soglia sotto il banco, facendoli sbattere contro la parete e sollevando così un mucchio di polvere; questa era l’usanza.

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