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Ildefonso Falcones, La regina scalza

Maledetto don José! Caridad se n’era presa cura durante la traversata. Dicevano che avesse la «peste delle navi». «Morirà», avevano dichiarato con convinzione. E infatti il male se l’era portato via dopo una lenta agonia, mentre il suo corpo si consumava poco a poco tra orrendi gonfiori, sfoghi cutanei ed emorragie. Per un mese padrone e schiava erano rimasti chiusi a poppa, in una piccola cabina dall’aria viziata con una sola amaca che don José, dopo aver pagato una bella somma, era riuscito a farsi costruire dal comandante con delle assi, sottraendo spazio a quella di uso comune destinata agli ufficiali.

«Elegguà, fa’ che la sua anima non riposi mai in pace, che vaghi per il mondo» gli aveva augurato Caridad percependo un quello spazio esiguo la potente presenza dell’Essere Supremo, il Dio che regge il destino degli uomini. E come se l’avesse sentita, il padrone le aveva chiesto pietà con i suoi impressionanti occhi itterici, allungando una mano in cerca del calore della vita che, lo sentiva, lo stava abbandonando. Sola con lui nella cabina, Caridad gli aveva negato quella consolazione. Lei non aveva forse teso la mano mentre la separavano dal suo piccolo Marcelo? E cos’aveva fatto il padrone? Aveva ordinato di portar via il bambino.

«E falla tacere!» aveva aggiunto nello spiazzo davanti alla casa grande, dove gli schiavi si erano riuniti per sapere chi sarebbe stato il loro nuovo padrone e quale destino li aspettasse. «Non sopporto…»

Don José si era zittito di colpo, vedendo le facce stupite degli schiavi. Con una reazione istintiva, Caridad aveva spintonato il sorvegliante e, liberatasi dalla sua stretta, stava per correre dal suo bambino, quando si era resa conto dell’imprudenza commessa, e si era fermata. Per qualche istante si erano sentiti solo gli strilli acuti e disperati di Marcelo.

«Volete che la frusti, don José?» aveva chiesto il sorvegliante mentre riacciuffava Caridad per un braccio.

«No», aveva concluso l’altro dopo averci riflettuto. «Non voglio portarla in Spagna tutta rovinata».

A un cenno deciso del sorvegliante, Cecilio, un nero enorme, aveva trascinato il bambino verso la capanna. Caridad era caduta in ginocchio e il suo pianto si era intrecciato a quello di suo figlio. Era stata l’ultima volta che l’aveva visto. Non le avevano nemmeno permesso di dirgli addio…

«Caridad, cosa fai lì impalata, ragazza?»

Sentendo il proprio nome, Caridad tornò con i piedi per terra e in quel baccano riconobbe la voce di don Damián, il vecchio cappellano della Reina, anche lui appena sbarcato.

(Traduzione di Roberta Bovaia e Silvia Sichel)

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