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Manuel Vicent – El Roto, Antitauromachia

CULTURA O BARBARIE

Da quando Ferdinando VII, il traditore, chiuse l’Università e, per compensare, aprì la Scuola di Tauromachia, gli spagnoli si sono divisi in due: quelli che credono che la cultura e lo sviluppo della sensibilità termineranno un giorno con la corrida dei tori, e quelli che pensano che la festa nazionale è, di per sé, una forma di cultura che sintetizza i valori di una razza, un modo gagliardo di essere e di affrontare la vita. Per alcuni la corrida è una pratica derivata da un mito religioso che conserva ancora una parte della sua antica magia, e alla minima discussione certi intellettuali si mettono a rimuginare sul Bue Apis o si mettono nel labirinto di Creta, quella specie di arena dove l’eroe Teseo combatté il Minotauro a suon di veroniche, come se fosse il famoso torero Cagancho. Al contrario altri, senza negare il fondamento e l’importanza del toro nelle cerimonie provenienti dalla mitologia classica, credono che quel rito abbia perso l’estetica e si sia ridotto oggi a uno spettacolo senza senso, pieno di crudeltà, nobilume e arroganza, specchio della miseria sociale e gloria di un solo giorno. Senza estetica, la battaglia è persa.

 

CURATI, CASTIZOS E ILLUSTRI

La polemica taurina ha origini lontane. Senza dover risalire ai padri del cristianesimo che disdegnavano la lotta con le bestie nel circo, fu san Pio V nel 1567 a decidere di proibire esplicitamente per la prima volta le corride e le uccisioni dei tori tramite la famosa bolla Salute Gregis, «essendo tali spettacoli turpi e cruenti fortemente contrari alla carità cristiana», e a questa proibizione seguirono innumerevoli anatemi e scomuniche di vescovi, patriarchi, e primati contro i protagonisti di questo divertimento popolare. Filippo II, un re assolutamente cupo e taurino come non poteva essere altrimenti, riuscì a neutralizzare questi assalti della Chiesa e pose dalla sua parte Gregorio XIII il quale, appena dieci anni dopo, lanciò la bolla contraria, Expone Nobis, per sciogliere le briglie alla lotta, con l’obiettivo di accontentare la plebe.

(Traduzione di Serena Rossi)

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