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Héctor Aguilar Camín, Tutta la vita

Traduzione di Giulia Zavagna

Non so perché vado alla veglia del defunto Olivares. Non è mio amico e non conosco la sua famiglia. Felo Fernández mi dà la notizia che la veglia è domani. Mi dice: «In ogni caso ci vediamo lì». Ho un debole per Felo Fernández. Sono anni che non lo vedo, eppure continuo a scoprire cose inverosimili sul suo conto. Per esempio, che mastica vetro quando è ubriaco. Oppure, che ha cavalcato un elefante. O meglio: si è procurato un elefante perché uno dei candidati in campagna elettorale lo cavalcasse entrando in paese. Il candidato vuole comunicare al popolo che i tempi sono cambiati e che lui rappresenta il nuovo. Felo gli suggerisce di fare il suo rivoluzionario ingresso in paese in sella all’elefante di un circo accampato poco lontano. L’idea ha un successo strepitoso, ma Felo è obbligato a montare l’elefante prima del candidato, come i cuochi assaggiano gli alimenti prima dei loro signori.

Alla veglia ci sono tutti gli amici di Olivares.

Non so se è amicizia la parola adatta a descrivere ciò che unisce quelle persone. Sono stati tutti compagni, e poi complici, alla facoltà di scienze politiche della vecchia università nazionale. Chiudo gli occhi e rivedo la cara vecchia facoltà, con il cortiletto e il bar pieno di belle ragazze, delle quali Olivares è sempre stato un diligente Cicerone, prima come alunno, poi come professore, alla fine come direttore.

Alla veglia di Olivares c’è il meglio della sua generazione: un ex rettore, una ex guerrigliera, un ex capo di polizia.

E il Pato Vértiz, ex di sé stesso. Il defunto Olivares è stato allievo del Pato Vértiz, poi suo segretario, più tardi suo protettore, quando il Pato ha iniziato ad abbandonarsi alla vecchiaia che sfoggia adesso: i denti sporchi, il naso incavato, il ventre un tempo piatto ora scandalosamente gonfio.

Quando arrivo, lo vedo in fondo alla sala. Anche lui mi vede. Tenta un saluto sopra il mare di teste calve e bianche che riempiono la stanza, con il rischio che io lo ignori ma consapevole che a unirci c’è una storia che non posso tralasciare. La storia mi riecheggia dentro come una ferita.

 

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