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Nana, di Émilie Zola

Traduzione di Maria Bellonci, casa editrice Rizzoli

Alle nove, la sala del teatro Variétés era ancora vuota. Poche persone in balconata e nelle prime file di platea aspettavano, sperdute nelle poltrone di velluto color granato, sotto la mezza luce del lampadario a fiamma abbassata. La grande macchia rossa del sipario annegava nell’ombra; non un rumore veniva dal palcoscenico, la ribalta era spenta, i leggii dei suonatori sparsi qua e là. Soltanto in alto, nella galleria di terz’ordine, intorno al soffitto rotondo sul quale donne e bambini nudi s’involavano in un cielo inverdito dal gas, risa e richiami si alzavano da un brusio continuo di voci, e teste coperte da berretti e da cuffie si allineavano sotto gli ampi vani concavi incorniciati d’oro. Ogni tanto appariva una ouvreuse che teneva in mano i biglietti e faceva passare davanti a sé un signore e una signora, i quali prendevano posto, l’uomo in frac, la donna sottile e flessuosa che lentamene girava intorno lo sguardo.

Due giovani entrarono in platea e rimasero in piedi guardando la sala.

— Che t’avevo detto, Ettore? esclamò il più anziano dei due, un giovanotto dai baffetti neri. Siamo venuti troppo presto. Avresti anche potuto farmi finire il sigaro.

— Oh, signor Fauchery, disse familiarmente un’ouvreuse passando, ci vorrà più di mezz’ora prima che lo spettacolo cominci.

— Perché allora scrivono sui manifesti che comincia alle nove?, mormorò Ettore mentre il suo lungo viso magro prendeva un’espressione scontenta. Anzi, questa mattina Clarissa, che recita anche lei, mi ha giurato che avrebbero cominciato alle otto precise.

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Traduzione di Luisa Collodi, casa editrice Newton Compton Editori

Alle nove, la sala del teatro delle Variétés era ancora vuota. Poche persona, in balconata e in platea, aspettavano, sperse in mezzo alle poltrone di velluto granata, nella scarsa luce del lampadario a fiamma abbassata. Un’ombra copriva la grande macchia rossa del sipario; e dal palcoscenico non proveniva nessun rumore, la ribalta era spenta, i leggii dei suonatori sparsi qua e là. Solo in alto, nella galleria di terz’ordine, intorno alla rotonda del soffitto su cui donne e bambini nudi spiccavano il volo in un cielo inverdito dal gas, da un brusio continuo di voci si alzavano risa e richiami, e teste coperte da cuffiette e da berretti si assiepavano sotto gli ampi vani concavi, incorniciati d’oro. Di tanto in tanto si scorgeva una maschera, indaffarata, con dei biglietti in mano, che faceva passare davanti a sé un signore e una signora, i quali prendevano posto, l’uomo in frac, la donna sottile e flessuosa, che lentamente lasciava vagare intorno lo sguardo.

In platea apparvero due giovani. Restarono in piedi, guardandosi intorno.

«Che ti dicevo, Hector?» esclamò il meno giovane, un ragazzone con baffetti neri. «Siamo arrivati troppo presto. Avresti potuto lasciarmi finire in pace il sigaro.»

Passava una maschera.

«Oh! Monsieur Fauchery», disse in tono confidenziale, «non si comincerà certo prima di una mezz’ora.»

«Allora, perché lo annunciano per le nove?», mormorò Hector, il cui lungo volto magro assunse un’aria scontenta. «Stamattina, Clarisse, che recita nello spettacolo, mi ha giurato che avrebbero cominciato per le otto in punto.»

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