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Viandanti della storia, di Chinua Achebe

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“Qui stiamo perdendo tutti del tempo prezioso, signor ministro dell’Informazione. Ho detto che ad Abazon non ci vado. Punto e basta! Kabisa! Nient’altro?”

“Come desidera Sua Eccellenza. Ma…”

“Non c’è ma che tenga, signor Oriko! La faccenda è chiusa, ho detto. Per l’amor del cielo, si può sapere quante volte devo ripeterlo? È tanto difficile mandar giù i miei ordini? Qualunque ordine?”

“Mi dispiace, Sua Eccellenza. Ma non è affatto difficile mandar giù i suoi ordini, né digerirli”.

Per un minuto circa la furia dei suoi occhi aveva indugiato su di me. Per un breve istante i nostri occhi si erano incrociati, pronti all’attacco. Poi avevo abbassato i miei sul lucido ripiano del tavolo nel rito della capitolazione. Lungo silenzio. Ma lui non si era placato. Faceva piuttosto in modo che il silenzio crescesse rapidamente, che acquistasse tensione, come un duello a colpi di battiti di palpebre tra bambini. Anche questa volta gli ho concesso la vittoria. Senza alzare gli occhi, ho detto di nuovo: “Mi dispiace molto, Sua Eccellenza”. Un anno fa non lo avrei mai detto una seconda volta senza fare a me stesso una grave violenza. Questa volta l’ho detto per fargli piacere, niente di più. Non costituiva un problema per me – non mi costava proprio nulla – ma per lui era tutto.

Penso a tutto questo come a un gioco cominciato assai innocentemente e divenuto di colpo strano e velenoso. Ma forse sono troppo ottimista. E questo perché se così fosse, ripensando a questi ultimi due anni, sarebbe possibile indicare un evento specifico e decisivo e dire: è stato in quel momento o in quest’altro che tutto ha cominciato ad andar storto e che le regolo sono state soppresse. Ma, benché abbia cercato a lungo e con impegno, non sono riuscito a trovare né quel momento né quella causa. E così mi pare che nulla sia probabilmente mai stato un gioco, che il presente fosse lì da sempre, solo che io ero troppo cieco o troppo indaffarato per accorgermene. Ma la vera domanda che mi sono spesso rivolto è perché mai, ora che ho aperto gli occhi, continui come se niente fosse. Non lo so. Forse, solo per inerzia. O forse per pura e semplice curiosità: per vedere dove… sì, dove si andrà a finire.

(Traduzione di Franca Cavagnoli)

 

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