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Notte dentro, di Léonora Miano

Nessuno poteva lasciare il villaggio. Erano andati a dirglielo la settimana prima. Non dovevano muoversi. Dovevano aspettare un loro segnale. E che non si sognassero di avere la minima esigenza o necessità che comportasse un qualunque spostamento. Se certe derrate venivano a mancare, pazienza: avrebbero fatto come i loro antenati, prendendo quel che offriva la natura. E poi si erano messi a ridere.

Tutto il paese circostante era occupato da un tempo che non erano in grado di determinare con esattezza. Non sapevano bene da dove venissero gli occupanti, ancor meno cosa volessero realmente. Ma erano stati raggiunti dalle voci che viaggiano nel vento. Parlavano di un tumulto che aspettava il momento opportuno per abbattersi su di loro. E dato che prima o poi sarebbe successo, loro aspettavano, obbedendo agli ordini per non attirarsi più drammi del dovuto. Dopo, si sarebbero contati, e la vita avrebbe ripreso il suo corso. O forse non avrebbero nemmeno avuto il bisogno di contarsi.

[…]

ulfer

Dal suo punto di vista, gli africani trascorrevano tutta la vita sfuggendo alla morte. Non sembravano nemmeno rendersi conto che ne erano circondati. Era nei corsi d’acqua in fondo ai quali brulicavano dei vermi portatori di ulcere che consumavano le carni dei bambini. Era nell’acqua da bere, nelle paludi che stagnavano vicino alle abitazioni inviando all’imbrunire nugoli di zanzare a oscurare il mondo. La morte era ovunque nella miseria insalubre dell’Africa. La morte era ovunque nell’ignoranza delle popolazioni. E la morte era nelle tradizioni. In quei comportamenti necrofili che spesso prevedevano la conservazione delle teste dei trapassati. Nelle pratiche di stregoneria, in cui si facevano delle pozioni con la polvere di ossa umane o con le viscere.

(Traduzione di Monica Martignoni)

 

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