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Naipaul – Lo straniero

La prosa di Naipaul è piana ma non piatta. Semplice ma non facile. Quando si traduce il rischio è quello di appiattirla o al contrario di elevarla, nobilitarla. Per questo motivo, è necessario sorvegliare le scelte lessicali e rispettare la misura e il registro medio del testo originario. In alcuni punti, si riscontra un linguaggio più vicino all’oralità senza però deviare eccessivamente dalla traduzione dell’inglese standard. 

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Willie Chandran un giorno chiese a suo padre, “Perché faccio Somerset di secondo nome? I ragazzi a scuola l’hanno appena scoperto e mi prendono in giro”.

Suo padre disse senza vanto, “Ti abbiamo chiamato come un grande scrittore inglese. Sono sicuro che hai visto i suoi libri in giro per casa”.

“Ma non li ho letti. Lo ammiravi così tanto?”

“Non so. Ascolta e fatti un’idea tua”.

E questa era la storia che il padre di Willie Chandran iniziò a raccontare. Ci volle molto tempo. La storia cambiò mentre Willie cresceva. Si aggiunsero cose, e prima che Willie lasciasse l’India per andare in Inghilterra questa era la storia che aveva sentito.

Lo scrittore (disse il padre di Willie Chandran) era venuto in India per raccogliere del materiale per una storia sulla spiritualità. Erano gli anni Trenta. Il preside del college del Maharaja lo portò da me. Stavo facendo penitenza per qualcosa che avevo fatto e vivevo come un mendicante, nel cortile esterno del grande tempio. Era un luogo di pubblico passaggio, e l’avevo scelto per quello. I miei nemici tra i funzionari del Maharaja mi perseguitavano e mi sentivo più al sicuro nel cortile del tempio, con le folle che andavano e venivano, che nel mio ufficio. Ero nervoso per via di questa persecuzione e per calmarmi avevo anche fatto voto di silenzio. Ciò mi aveva fatto guadagnare un bel po’ di rispetto locale, anche notorietà. Le persone venivano a guardarmi tacere e qualcuno mi portava perfino dei doni. Le autorità statali dovevano rispettare il mio voto e il mio primo pensiero quando vidi il preside con il vecchietto bianco fu che si trattasse di un complotto per farmi parlare. Ciò mi rese molto ostinato. Le persone sapevano che stava succedendo qualcosa e si fermarono intorno per assistere all’incontro. Sapevo che erano dalla mia parte. Non dissi niente. Il preside e lo scrittore portarono avanti la conversazione. Parlavano di me e mi guardavano mentre parlavano; io sedevo e guardavo oltre loro, come fossi sordo e cieco, e la folla ci guardava tutti e tre.

(traduzione di Rossella Monaco)

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